About

MADEC is the Research Centre of Material Design Culture of Politecnico di Milano.

MADEC is an international network of researchers and experts of Materials and Design.

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Madec è un centro ricerche che si occupa della relazione design-materiali nella storia e nell’attualità del design. Il centro conduce ricerche sull’Italian Culture of Materials Design, intesa come quella capacità del design italiano di “interpretare” materiali e tecnologie per generare innovazione dei prodotti e degli ambienti. Gli studi riguardano la peculiarità del design italiano storicizzato,al fine di implementarne la conoscenza e favorire l’evoluzione dell’Italian Culture of Materials Design in relazione alle dinamiche che oggi, al mutare del contesto socio-economico e tecnologico-produttivo, vedono la trasformazione delle pratiche di design e un emergente bisogno di riappropriazione della tecnologia.

Le ricerche si focalizzano sullo sviluppo di metodi, capaci di affrontare le sfide che l’evoluzione dei materiali e delle tecniche propone al design, e di strumenti necessari alla sua applicazione: una piattaforma open e un network di ricerca e co-progettazione.

La metodologia del centro si fonda su un approccio meta-progettuale che prevede la collaborazione transdisciplinare di saperi diversi e diversificati, capaci di stimolare il progetto di nuovi scenari e concept materici design-led.

Motivazioni della ricerca proposta e sua rilevanza in ambito nazionale e/o internazionale

La Relazione sulla competitività europea 2010 ha evidenziato la rilevanza sistemica delle KET (Key Enabling Technologies). Tra queste, gli Advanced Material hanno una dimensione di mercato molto ampia (€ 74 mld). In questo ambito le competenze di design stanno acquisendo un ruolo significativo, perché “chiudono il ciclo dell’innovazione” che parte dalle acquisizioni tecno-scientifiche per arrivare ai prodotti, cioè alle innovazioni commercialmente valide, aumentando l’efficienza della spesa complessiva per la R&S che le KET richiedono.

Essendo il design capace di migliorare la comunicazione tra le diverse parti/attori che partecipano al processo d’innovazione, ne favorisce i meccanismi, riducendo il rischio che, dopo ingenti finanziamenti, la ricerca scientifica non sia adeguatamente sfruttata. Senza dimenticare che il design favorisce innovazioni centrate sull’utente{{1}}.

In questo scenario, che riconosce l’importanza delle competenze del design nell’applicazione delle innovazioni tecniche e sull’innovazione non tecnologica (migliore progettazione e organizzazione dei processi, cambiamenti nei modelli di business), sono tuttavia presenti degli ostacoli da superare: la distanza tra le discipline che partecipano al processo d’innovazione e il gap di conoscenza tecnica (divenuto rilevante con le nanotecnologie) che limita l’intervento dei designer nella comprensione e applicazione di materiali avanzati. Inoltre si manifesta l’esigenza di esplorare scenari produttivi emergenti, in cui le pratiche di making e fabbing interagiscono con i mondi dell’industria.

A queste sfide la ricerca intende rispondere favorendo l’evoluzione della peculiarità italiana detta “uso creativo della tecnologia” (Ferrara, Lucibello 2008)[2] attraverso una strategia/metodologia capace di aprire margini di azione nel confronto transdisciplinare e nel dinamismo imprenditoriale.

La possibilità di ripartire dal passato, attraverso lo studio delle pratiche consolidate del design italiano, può essere una strategia utile per dare all’approccio di material design una connotazione tipicamente italiana, seppur in evoluzione nell’ambito internazionale. Infatti, la storia è ancora una straordinaria sorgente di conoscenza che permette di focalizzare le ricorrenti dinamiche creative e innovative nel rapporto materiali-design-produzione. Nella contemporaneità tale relazione si deve arricchire mediante il confronto tra le varie scienze (naturali, sociali, della vita e tecno-scienze)e con le nuove tecnologie, i metodi della fabbricazione e le reti produttive emergenti, per aprire nuovi modelli di sviluppo dei prodotti.

Stato dell’arte

Vari contributi teorici (Bosoni e De Giorgi 1983; Branzi, 1983, 1984; 1996; Antonelli 1995; Doveil, 2002)[3] hanno sottolineato la specificità della cultura materiale del design italiano, documentando come questa sia riuscita ad affermarsi sulla tradizionale cultura di stampo ingegneristico: peculiarità che si è costantemente rinnovata nella prassi professionale, raggiungendo alcune punte di qualità[4].

Con gli anni ’90, il design ha implicato il governo della complessità tecnica (Manzini, 1986; Manzini e Bertola 2004)[5], non più di fatto gestibile dal solo progettista; e, con la tendenza alla miniaturizzazione, si è profetizzata la de-materializzazione delle merci, che ha notevolmente ridotto l’interesse della teoria di design per i prodotti materiali. Oggi, con il “passaggio dal bit all’atomo” (Gershenfeld, 2005;Dunne, 2005; Anderson, 2010, 2012)[6], si richiede la messa a punto di metodologie che amplino l’intervento del design al “disvelamento” dei processi di costruzione dei prodotti, all’esplorazione delle nuove frontiere della ricerca sui materiali, dalle sfide percettive a quelle di sostenibilità di sistema che i materiali avanzati lanciano. Emerge la necessità per i designer di operare in stretto rapporto con il mondo scientifico e con quello imprenditoriale per stimolare la progettazione di materiali tailor-made e il corretto/adeguato utilizzo sia di nuovi sia di “vecchi” materiali. Perciò è necessario facilitare l’accesso diretto ai risultati delle ricerche scientifiche. L’accesso alla conoscenza tramite il confronto transdisciplinare può accelerare l’innovazione virtuosa, valorizzando (piuttosto che appiattendo) la complessità tecnica contemporanea.

L’attenzione per questi temi è già stata posta da alcuni centri internazionali come Materialecology (Cambridge University), Material beliefs (Goldsmiths University of London), SymbioticA (University of Western Australia) e il progetto Datamei (EU). Come questi casi dimostrano, il rapporto tra progettazione e innovazione è sempre più correlato e dipendente da processi in cui i saperi specialistici si integrano mettendo in atto forme di collaborazione con prassi istituzionalizzate o con piattaforme digitali open per la condivisione e sviluppo della conoscenza.

 

1] I documenti a cui si riferiscono i concetti del testo sono: “Putting knowledge into practice: A broad-based innovation strategy for the EU” (2006) e il Documento di lavoro “Design come motore di innovazione centrata sull’utente” (2009) (http://ec.europa.eu/enterprise/policies/innovation/files/design/design-swd-2013-380_it.pdf). Inoltre affermano che integrando i progettisti in poli di competitività e creando legami più stretti tra il mondo accademico e l’industria, il design può contribuire al dinamismo imprenditoriale.

[2] M. Ferrara, S. Lucibello (2008), Design follows Materials, Alinea.

[3]G. Bosoni, M. De Giorgi, (1983) (a cura di), Il disegno dei materiali industriali/ The materials of design, n. 14, C.I.P.I.A. /Electa; A. Branzi (1983), Merce e Metropoli, Epos; A. Branzi (1984), La casa calda, Idea Books; Branzi A. (1996), Il design italiano 1964-1990, Electa; P. Antonelli (1995), Mutant Materials in Contemporary Design, MoMA; F. Doveil (2002),iMade: l’innovazione materiale nell’industria italiana dell’arredamento, Federlegno Arredo.

[4] Il design italiano negli anni ‘50 ha costruito un originale percorso di sperimentazione linguistica legato ai materiali; negli anni ’70 il “design primario”, spostando l’attenzione verso l’identità espressivo-sensoriale dei materiali, ha ampliato le competenze del progetto alla reinvenzione di superfici e materiali; negli anni ’80 l’“impensato tecnologico” ha delineato il percorso del design che trasferisce le innovazioni tecniche da settori produttivi avanzati per applicarli, forzando i limiti delle loro possibilità tecniche.

[5]E. Manzini (1986), La materia dell’invenzione, Arcadia; P. Bertola, E. Manzini (a cura di) (2004), Design Multiverso, Poli.design.

[6] N. Gershenfeld (2005),The coming revolution on your desktop, Basic Book, 2005; A. Dunne, Electronic Products, Aesthetic Experience and Critical Design, MIT press; Anderson, 2012; C. Anderson (2010), In The Next Industrial Revolution. Atoms Are the New Bits, in Wired (gennaio); C. Anderson C. (2012), Makers. The New Industrial Revolution, Crown Business.